Sveglia ore 6, comincia il viaggio! Grant si alza con me e le prime parole che pronuncia sono per fare una battuta delle sue. Adoro le persone così, che si svegliano e hanno già voglia di scherzare perché creano un ambiente positivo e perché anche se si sta lavorando duramente è bello farlo col sorriso. Quando esco dalla cabina ed entro nella crew mess, sono già tutti operativi. Clarksta sistemando le cime, Chris esce dalla sala macchine, Liam è sul ponte a controllare che le strumentazioni di bordo funzionino correttamente dopo gli ultimi interventi tecnici, Jason lavora al computer e al contempo controlla anche le squadre di operai che hanno lavorato senza sosta tutta la notte. Lucy è tornata dall’hotel dove ha dormito ieri notte perché la sua cabina, che è quella armatoriale, è la più coinvolta nei lavori di manutenzione, in particolare il pavimento che è stato rimesso a nuovo.
Jason si ferma in cucina e mi chiede di preparare un brunch invece del pranzo, e di servirlo alle 10 quando saremo già partiti. Per me è perfetto perché così finisco anche prima del solito e posso riposarmi un po’.
Dopo mezz’ora, verso le 7.15, sale a bordo il project manager del cantiere che viene a parlare con lui e con l’armatore, che sta per arrivare, per controllare che tutti i lavori siano stati eseguiti come da commessa.
Circa mezz’ora dopo passano di fronte alla cucina e Jason mi presenta ad entrambi, il responsabile del cantiere mi sorride e guardando il banco della cucina col brunch quasi pronto, mi dice: “dovevi venire qui dopo il Ramadan amico”… poveretto, lo capisco.
Quando infilo il bacon di manzo nel forno, alzo lo sguardo verso l’oblò della cucina per prendere uno dei limoni che ho messo in una bacinella sotto di esso e che mi serve per evitare le banane si ossidino e vedo che ci stiamo muovendo. Avevo sentito il rumore del motore e l’innesto delle marce, ma pensavo fossero solo dei preparativi e invece, in perfetto orario, abbiamo già lasciato la banchina e stiamo andando in direzione dell’ufficio immigrazione per le pratiche di clearance out. Quando si arriva in un porto, qualsiasi porto, provenendo da acque internazionali, si è tenuti per legge e a dichiarare l’identità di ogni passeggero o membro di equipaggio a bordo, esattamente come se si arrivasse in aereo. Allo stesso modo, prima di lasciare quel porto per riprendere il largo di deve dichiarare chi sta partendo insieme alla barca. Normalmente queste pratiche vengono sbrigate all’ufficio immigrazione dal solo Comandante o dal Primo Ufficiale senza bisogno di essere fisicamente presenti. Qui invece i pubblici ufficiali dell’immigrazione vogliono vedere singolarmente ogni membro dell’equipaggio.
Il mare è piatto come una tavola, non ho mai visto un mare così calmo come qui, sembra un fiume e il motivo è che siamo sostanzialmente in un canale che passa in mezzo tra un isola e la terra ferma.
Poco prima di raggiungere la banchina di fronte all’ufficio, ci fermiamo per tirare a bordo il tender che è guidato dal project manager e che ci sta seguendo, questo per consentite agli operai di lavorare fino all’ultimo minuto utile.
Essendo l’equipaggio completamente nuovo, nessuno ha mai effettuato l’operazione e siccome si tratta di gingilli di un certo valore potete capire che bisogna andarci con molta cautela. Va aperto il portellone del garage, fatto uscire lo scivolo, collegare una cima all’anello di prua del tender e poi issarlo a bordo usando il verricello. Sono tutte apparecchiature elettroniche e se non si come usarle è un casino. Fortunatamente in imbarcazioni come queste c’è un manuale di procedura per ogni componente della barca, quindi Chris prende il manuale e comincia a studiare la sequenza.
Ci vogliono quasi 40 minuti prima di aver finito completamente e dopo averlo fatto ormeggiamo li davanti.
Ormeggio all’inglese, approcciando la banchina sul lato di sinistra. Grazie al Bow Thruster, ovvero alle eliche di prua e di poppa, la manovra risulta piuttosto veloce, ma è grazie all’esperienza e alla confidenza di Jason che risulta anche semplice. Mentre manovra i nostri occhi sono puntati costantemente su di lui, come quelli di un cane da concorso verso il suo addestratore. Lui impartisce gli ordini parlando con lo stesso volume che usa quando siamo in coperta ed è una cosa che in barca fa una differenza enorme in termini di stile ed educazione. Non c’è niente di più disgustoso e volgare che sentire un comandante o un altro membro dell’equipaggio che urla. È una questione proprio di etichetta nautica.
La banchina è pensata prevalentemente per navi e imbarcazioni commerciali, quindi è alta e ha delle gomme protettive attaccate ad essa. Pur essendo gomma potrebbe danneggiare lo scafo dello yacht quindi sistemiamo parabordi ovunque e mentre lo facciamo rimango stupito da come Lucy, pur essendo piccolina e minuta, riesca a sollevarli e farli passare fuori bordo. Sono parabordi piuttosto grandi e hanno il loro peso. Lei è una stewardess ma ha sempre lavorato come deckhand (marinaio) a bordo di barche a vela molto più piccole di questa.
Le deckhand donne sono rare nel mondo degli yacht, ma ogni tanto capita di vederne e personalmente è una cosa che adoro.
In banchina c’è un ormeggiatore a cui Grant e Clarklanciano le cime di lancio. Le cime di una barca come questa sono spesse e pesanti e lanciarle direttamente sarebbe difficile anche per Hulk. Viene quindi collegata una cima più leggera che ha un sacchettino con della sabbia al suo interno su una estremità e dall’altra viene annodata all’occhiello della cima di ormeggio. In questo modo si lancia una cima leggera e si passa quella più pesante senza fare sforzi disumani.
Dopo aver ormeggiato, non avendo nulla da fare mi riposo nella mia cabina perché sto crollando dal sonno, ma dopo circa un’ora è proprio Chris a bussare alla porta per dirmi che è il mio turno all’immigrazione. Sotto un sole infernale mi avvio camminando sull’asfalto che sembra bollire sotto le mie infradito. Entro in questa casetta molto elegante e vengo chiamato dal responsabile il quale guarda il mio passaporto e mi dice: “ok puoi andare”. Fine della pratica, abbastanza ridicola ma va bene così, ogni paese ha le sue leggi e le sue usanze.
Dopo mezz’ora scendono tutti gli operai e noi siamo davvero pronti per mollare gli ormeggi e partire.
I ragazzi iniziano a mangiare, io mi sdraio a letto e cazzeggio una mezz’ora o poco più.
Dal mio letto sento che la radio si anima all’improvviso. Jason l’ha appena accesa e quindi copiamo ogni comunicazione nel raggio di qualche miglio, tutte rigorosamente in lingua araba.
Sono in dormiveglia e vorrei tanto riaddormentarmi ma gli allarmi della sala macchine suonano di continuo, povero Chris. Dopo 5 mesi di cantiere è una cosa più che normale e lui non ha un solo minuto libero. Tra l’altro il caldo all’interno della sala è al limite del sopportabile, io ci sono entrato ieri e mi è bastato perché il termometro all’ingresso segnava 40 gradi e questo significa che in prossimità dei motori, o durante la navigazione che stiamo per affrontare la temperatura salirà ancora di almeno 5 o sei gradi. Praticamente una tortura.
Finalmente mi addormento e riesco a dormire 40 minuti circa, fino a quando Jason entra in cabina e chiede se posso salire sul ponte ad aiutarli. Stanno issando la stay sail, la vela interna al fiocco. Avendo un albero di 58 metri la vela è enorme pur essendo la più piccola di tutte e ha un peso considerevole. Tra l’altro è stata “montata” finché io dormivo. Dico montata usando un termine improprio ma è per spiegare che si trovava nel vano delle vele a prua, ed è stata collegata al ponte in un apposito alloggiamento alla sua base grazie ad un componente metallico, una barra che viene fissata sotto il gavone di prua. Dopodiché la si infila nella feritoia e la si issa fino a raggiungere la punta dell’albero dove un click segnala che è arrivata a fin corsa e che bloccata. A quel punto si può srotolare e utilizzare per la navigazione. I velisti che leggono saranno indignati per il linguaggio poco tecnico che ho utilizzato per descrivere l’operazione ma è perché da un lato non conosco tutti i termini e nomi tecnici corretti, dopotutto faccio il cuoco, e perché è più semplice per i non velisti capire di cosa parlo.
Grant è sull’albero, imbragato, a 40 metri gagliardi per accompagnare la vela fino al fine corsa. Solo a guardarlo mi viene la pelle d’oca.
Scatta anche una foto da lì in cima ed è stupenda nonostante metta in evidenza tutta la polvere che si è depositata sull’albero durante i lavori di rimessaggio.
Rinuncio a riposarmi, dormirò stanotte.
Mi godo quindi la navigazione, che dopo due settimane di terra aveva già cominciato a mancarmi. Mi metto di fianco a Jason che sta conducendo perché il suo è il primo turno di guardia.
Dopo un’oretta rientro in cucina inizio a preparare la cena che per tutto il viaggio sarà servita alle 18.
Questa è in assoluto la cucina più bella, funzionale ed attrezzata su cui abbia mai lavorato in barca. È stata progettata e realizzata pensando a chi l’avrebbe utilizzata e la cosa non è per niente scontata. Spesso e volentieri ci si rende conto che chi progetta le barche, ma vale anche per altri ambienti, non tiene minimamente in considerazione l’utilizzatore finale è non è raro ritrovarsi a fare i conti con mobili o piani di lavoro che risultano scomodi nell’uso quotidiano.
Prima di cena Clarkmi dice che farò una guardia dalle 6 alle 10, senza specificare quando. Ovviamente sono disponibile ad aiutare in ogni modo e accetto volentieri…anche se domani vi spiegherò perché avrei fatto meglio a fare una domanda in più.
Devo dire che su questa barca, tra neozelandesi e inglesi sto facendo una fatica dannata a comprendere le conversazioni. Jason e Grant che sono appunto dei Kiwi (i Neozelandesi vengono chiamati così) hanno uno slang assurdo, incomprensibile proprio. Riesco ad intercettare il 30% di ciò che dicono e con quelle parole intuisco il senso delle frasi ma è veramente dura. Clarkinvece è Scozzese e ciao….ha una pronuncia sincopata che mi risulta perfino più difficile delle altre. Spero di riuscire a migliorare la comprensione alla svelta altrimenti avrò per certo un problema di comunicazione con i miei colleghi.
Ceniamo tutti assieme e puliamo anche tutti assieme. La cosa bella di avere un equipaggio d’esperienza, di cui io Lucy siamo i più greene (novelli) è che si diventa un team affiatato molto alla svelta, cosa che fa come è facile intuire, una differenza abissale.
Grant monterà di guardia alle 2 e finirà alle 6, quando io mi sveglierò per iniziare a preparare la colazione.
Il tramonto da queste parti è piuttosto pallido, niente a che vedere con l’oceano ma si avverte un senso di pace e di tranquillità davvero piacevole. Il motore è silenziosissimo, non essendoci onda non si avverte nessun “botto” e si ha quasi la sensazione di sciare sul mare. Quale miglior contesto per il consueto goodnight kiss?! Chevvelodicoaffare…
Sono le 19.40, sono già nel mio letto e anche per oggi è tutto.
Buonanotte a tutti, a domani.


