Il mondo non aspetta chi corre

Poco prima delle 6 apro gli occhi a causa della luce dell’alba che entra dall’oblò a fianco al mio letto. Guardo il telefono, leggo qualche notizia e alle 6.11 Grant bussa alla porta e mi dice: qualcuno per caso ha deciso di dormire ad oltranza?! Si riferisce a me, ma al momento non riesco a capire cosa intende, gli chiedo di ripetere, lui fa un’altra battuta, ancora non capisco cosa voglia finché alla terza volta mi dice: you’re on watch, dude. Lo guardo con gli occhi sgranati, io di guardia? Oggi? Ma perché Clarknon mi ha detto che era proprio oggi il giorno in cui dovevo fare il mio turno? Vabbè salto giù dal letto, mi infilo i pantaloni e una maglietta e salgo sul ponte col segno del cuscino sulla guancia.

Diamine, sono in ritardo sul mio turno di guardia, che brutta cosa. Nessun dramma per carità e anche Liam, che è l’ufficiale in turno, non mi rimprovera nulla. È evidente che ho un problema di comunicazione e lui, che lo ha capito prima di me, mi dice che farà in modo di essere più chiaro e comprensibile nelle comunicazioni.

In realtà è stato Ian, con la sua pronuncia stretta e con un modo di esprimersi che a me risulta ambiguo, a trarmi in inganno. Colpa mia, mica sua, però avrebbe potuto specificare meglio che mi stava inserendo nel planning dei turni di guardia. Ragionandoci capisco anche il motivo: siamo in 7 di cui 3 ufficiali, manca il terzo marinaio e sono l’unica risorsa disponibile a bordo. Ci sta tutto, ma dimmelo. Lo chef di solito le guardie non le deve fare e sarebbe bastato dirmi: ehi amico, ci servi anche tu, questo è il tuo turno, stop. Invece lui mi ha detto una frase del tipo “you’re gonna do only one watch in the passage”, che devo proprio chiedergli cosa significa nel suo gergo perché nella mia testa suonava una cosa del tipo “fai una guardia durante il passaggio, cioè il passaggio nel canale di Suez. Vabbè pace, non è niente di grave, devo solo impostare la sveglia giornaliera alle 5.30 così ho il tempo di fare la mia colazione e tagliare un po’ di frutta per tutti visto che le 4 ore del mio turno finiscono alle 10, quando sarà già ora di iniziare a preparare il pranzo.

La prima che cosa che io e Grant facciamo è l’engine room check. È piuttosto dettagliato, molto più di quello che ho visto in tanti altri yacht. È una lista di parametri che vanno letti sui display, temperature da prendere con un termometro a pistola su alcune parti meccaniche dei motori e i valori di riferimento dei due generatori di corrente. Va tutto riportato su di un foglio prestampato e il controllo dev’essere eseguito ogni ora.

Anche su questa barca, noto che l’approccio usato per insegnare qualcosa di complesso è lo stesso che si usava sulla barca della traversata. È frutto del fatto che il comandante è lo stesso e.che Grant e lui sono amici da quando avevano 6 anni, avendo fatto le scuole insieme e avendo inoltre navigato per mezzo mondo.

Il processo è questo: la prima spiegazione la fa Grant e io devo solo guardarlo e chiedere se non capisco qualcosa. La seconda volta lo faccio io sotto la.sua guida passo passo, quindi mi limito ad eseguire, la terza volta.lo faccio da solo sotto la sua supervisione silenziosa. Lineare ed efficace.

Quando torno sul ponte a mi siedo a fianco a Liam, inizia a suonare la radio di bordo. È una chiamata che arriva dalla Service Boat a cui ci stiamo velocemente avvicinando e che raggiungeremo entro 1 ora o poco più.

La Service Boat è una nave militare, anche se è un’organizzazione privata, a bordo della quale ci sono agenti a contratto che si occupano della protezione delle imbarcazioni in transito dalle coste dello Yemen fino a metà del Mar Rosso perché questa è zona di pirati. Purtroppo non quelli dei Caraibi, questi sono Somali e Yemeniti, anche se questi ultimi sono più contrabbandieri che pirati.

Il fenomeno della pirateria è un problema reale in alcune zone del mondo e ne abbiamo avuto un assaggio anche noi italiani con la vicenda dei Marò.

Sono bande armate che si aggirano in questa zona con barchini di alluminio, super leggeri e molto veloci, aiutati anche dal mare quasi sempre molto calmo. Cercano di rubare tutto ciò che possono alle “prede” che passano obbligatoriamente davanti alle loro coste.

La zona critica è lo stretto di Gibuti all’ingresso del Mar Rosso che noi raggiungeremo tra diversi giorni.

I loro obiettivi primari sono le navi commerciali dove a bordo ci sono molte più persone e molto più denaro rispetto ad una barca come la nostra, ma dal momento che sono persone che non hanno nulla da perdere, che provengono da paesi dove la vita umana vale quanto un panino di McDonald e che senza un deterrente a bordo come degli agenti altrettanto armati saremmo facile preda, l’armatore si avvale della loro collaborazione in questo tratto di mare ogni qual volta questa barca va/torna da Dubai.

Saranno in 4 di cui 3 agenti dello Sri Lanka e un team Leader che non sappiamo di quale nazionalità sia. La chiamata ha come scopo quello di sapere la nostra posizione esatta, anche se in realtà ci hanno probabilmente già avvistato sia sul radar che via satellite e quindi è più per confermare che siamo proprio noi. Vogliono inoltre conoscere l’Eta (Estimated time of arrival) al waypoint (il punto che Jason ha fissato sulla carta nautica e che corrisponde alla posizione della Service Boat) e darci tutte le indicazioni necessarie ed indispensabili per l’operazione di imbarco, che avverrà on the fly, cioè al volo, senza fermare la barca.

Verremo approcciati dal tender sul lato di sinistra e dovremo tenere una velocità massima di 5 nodi, calare la scaletta mobile ad un’altezza massima di 1.5 metri dall’acqua e supportare gli agenti per tirare a bordo le due valigie di armi che porteranno con loro.

Il mare non potrebbe essere più calmo, il sole si alza in cielo velocemente, così come la temperatura esterna. Jason sale sul ponte e dà il cambio a Liam per questa fase delicata.

Parliamo un po’ della security, di questa zona dove lui ha già navigato molte volte e nel frattempo avvisto un’imbarcazione che ad occhio nudo sembra distante, ma dal momento che riesco a vederla senza binocolo significa che così distante in realtà non è. E infatti è proprio la Service Boat il cui nome è Grenville e una rapida occhiata al radar ce ne dà la certezza.

Passano i minuti, una mezz’ora circa, e non appena siamo a mezzo miglio da loro vediamo che il tender si è messo in movimento per raggiungerci

In men che non si dica è già dietro la nostra poppa e il pilota si dirige verso il lato di sinistra,  con lui anche tutto il nostro equipaggio si porta in prossimità della scaletta.

Le prime due cose che mi colpiscono sul momento sono il pilota stesso, che indossa un passamontagna sotto il casco e che non oso immaginare quanto caldo possa avere, e lo sguardo pietrificante di quello che è senza dubbio il Team Leader, un ragazzino giovanissimo, biondo e dotato di una calma che mi dice una cosa sola: non è di primo pelo.

Dopo che sono saliti tutti e 4, issiamo a bordo le due valigie di plastica nera rigida. Una delle due è pesantissima e quando io e Liam la solleviamo con due cime, abbiamo un momento di sussulto perché quasi non ce la facciamo. Per essere così pesante significa che all’interno possono esserci solo dei fucili.

Il team leader fa due passi e viene subito da me, forse perché si è accorto che ho scattato, seppur furtivamente, la foto e se fate caso al suo sguardo è inequivocabilmente di disappunto e sfida. In realtà però cerca subito di fare amicizia chiedendomi da dove vengo e cosa faccio a bordo. Sarà per via del fatto che sarò io a nutrirlo e che uno chef non è una figura da temere, ma adotta un approccio molto morbido nei miei confronti e qualche ora dopo anche nei confronti del resto dell’equipaggio.

Tutta questa procedura, abbastanza semplice e veloce, per quanto inconsueta, ha una sola ripercussione della quale sono l’unico a preoccuparsi: mi ha fatto ritardare la preparazione del pranzo.

Mi tocca spingere sull’acceleratore anche se alla fine riesco a servire tutto in tempo.

Finché sto finendo di preparare Alexi, questo il suo nome, entra in cucina e cerca di consolidare l’interazione che abbiamo avuto prima.

Ha 25 anni, è Ucraino, il suo sguardo è glaciale, occhi azzurri che sono sempre fissi sull’interlocutore, quasi non sbatte le palpebre e anche se mantiene costantemente il sorriso finché parla, capisco che si tratta di un sorriso finto, impostato, perché rilevo un’incongruenza nell’espressione facciale. Quando ridiamo in modo spontaneo e naturale il nostro viso manifesta l’emozione in modo omogeneo allargando i lati delle labbra e socchiudendo gli occhi che formano le classiche rughette temporanee formando appunto un sorriso e una manifestazione di gioia autentica. La sua faccia invece è divisa a metà, ride con la bocca ma gli occhi sono immobili e ben aperti. Se vi state chiedendo da.dove arrivino queste informazioni sulle emozioni, vi tolgo il dubbio: corso sulle emozioni di Paul Ekman fatto qualche anno fa, bellissimo, interessantissimo e utilissimo.

È un fumatore come me e quando ho finito di cucinare mi offre una sigaretta indicandomi l’uscita sul ponte. Accetto, anche perché mi sembra brutto stare sulle mie visto che ce l’avrò a bordo per 8 giorni e che in caso di necessità deve salvarmi il culo.

Parliamo dell’Italia, che non ha mai visitato ma di cui conosce qualche informazione che avrà appreso sicuramente a scuola.

Gli chiedo di lui, senza girarci troppo attorno, perché capisco che va un po’ in sofferenza con le persone che prendono i discorsi alla larga.

La prima cosa che gli chiedo è: la tua famiglia è al sicuro? E lui mi risponde: now yes, they are in Belgium and and my older brother is here.

Ha una pronuncia russa che sembra quella esasperata che si sente nei film, tipo Ivan Drago in Rocky 4 e che a questo punto devo dire che non è nemmeno troppo esasperata, la sua lo è di più.

La grammatica non esiste ma per il tipo di conversazione che facciamo non crea nessun problema di comprensione.

La seconda e la terza domanda sono sul suo lavoro e sono: da quanto tempo sei qui e soprattutto hai mai dovuto sparare?

È qui da 3 anni e si, in due occasioni ha dovuto sparare, anche se fortunatamente mai addosso agli aggressori e senza alcun ferito. Due imbarcazioni che avevano tentato l’abbordaggio.

La loro procedura di ingaggio prevede di mostrare le armi sollevandole in aria non appena sia divenuto chiaro che l’attacco è imminente. Se l’imbarcazione non inverte la rotta sparano due o tre colpi in aria, se ancora non bastano iniziano a sparare attorno all’imbarcazione, a 10 o 15 metri di distanza e se, malauguratamente, ancora non dovesse essere sufficiente…beh non serve che vi spieghi cosa farebbero.

La terza domanda è stata seguita subito dalla quarta: hai mai dovuto sparare addosso a qualcuno, non qui  ovviamente, perché mi ha già risposto, ma in generale quando era nell’esercito.

Mi dice che quello l’ha dovuto fare solo nel Donbass, quando da sbarbatello e come militare di leva, lo hanno spedito a fare la guardia al confine nel Donbass…. praticamente carne da macello. Aveva solo 19 anni e l’espressione dei suoi occhi mi dice molto più delle sue parole che sono: but this is another story and I don’t like to talk about. Pelle d’oca istantanea dalla nuca ai talloni.

Veniamo interrotti da Clarkche chiama tutto l’equipaggio a raccolta sul ponte di poppa per il consueto safety briefing che si fa normalmente all’inizio di un lungo viaggio in barca e che oramai conosco a memoria, anche se da barca a barca ci sono differenze a volte sostanziali.

Si tratta poi di un briefing che serve a sapersi muovere in caso di emergenza, che ha come obiettivo la nostra sicurezza personale oltreché quella dell’imbarcazione e quindi, noioso o no, lo si affronta sempre con interesse e attenzione.

Dura ben due ore, sotto il sole e senza un filo di vento se non il vento apparente (si chiama così in termine tecnico) generato dalla somma del vento reale e del vento creato dal movimento della barca stessa. Per chiarire il concetto in modo semplice, nel caso foste interessati a sapere cos’è, è un po’ come quando siamo in macchina e apriamo il finestrino mettendo fuori una mano, ecco quello è il vento apparente.

Detto questo il briefing mi ha fottuto la pausa quindi rientro in coperta e mi metto a spignattare.

Stasera cena facile: Bangers and Mash (salsicce e purè di patate) per la gioia di tutti, tranne Ian.

In cucina appena accendo il piano cottura, usando tutti i “fuochi a disposizione” la temperatura sale vertiginosamente e mi ritrovo con 30 gradi, che davanti al piano cottura diventano almeno 45… letteralmente l’ultimo girone dell’inferno di Dante.

In pochi minuti sono in un bagno di sudore, non vedo l’ora di finire.

Siamo leggermente sbandati per via della vela, niente di particolare ma dobbiamo fare attenzione a tutto ciò che può cadere a terra.

Il caldo mi innervosisce e mi fa lavorare più lentamente del solito, il purè mi sembra troppo denso e aggiungo del latte direttamente dalla bottiglia senza misurarlo, un errore fatale.

Mi scappa la mano e il risultato è che esce troppo liquido. Non ho nessun addensante oltre alla farina e sono a 15 minuti dalla cena…non posso farci nulla, sarà un pure inusuale, dal sapore molto buono ma decisamente acquoso.

Perfino il tiramisù di stamattina, con questo caldo, si intenerisce vistosamente e mi tocca metterlo nel punto più freddo del frigo per tenerlo quanto più possibile compatto.

Quando servo la cena avviso tutti che il purè non è venuto come dovrebbe e Grant non perde l’occasione di fare una paio di battute a riguardo che ci fanno scompisciare.

Mi dice che più che un pure di patate è una zuppa di patate. Gli fa eco anche Jason dicendo che dovrei ribattezzare il piatto passando da Bangers and Mash a Bangers and Splash.

Continuiamo a riderci sopra e sulla lavagna della cucina dove ho scritto il menù, Grant scrive appunto Bangers and Splash a Tirami-soup.

Stasera è andata così e ridere è l’unica cosa che posso fare. Guardo Jason e gli dico che se lo ritiene opportuno posso gettarmi da solo fuori bordo insieme ai rifiuti organici, per fare ammenda, ridono tutti e lui che è comunque sempre molto tranquillo mi dice che invece gli è piaciuto molto e che dovrei solo dare un nome alla ricetta per proporlo proprio così. Che gran capo!

Spero di non aver perso troppi punti e di rifarmi al più presto.

Faccio la terza doccia della giornata e menrte mi sto vestendo mi viene il dubbio che la guardia di stamattina non fosse una guardia isolata, bensì che sia proprio il turno che devo fare ogni giorno. Questo perché nella lavagna di gruppo della crew mess c’è la turnistica delle guardie e il mio nome, così come gli altri, non ha una data a fianco, solo l’orario dalle 6 alle 10. Chiedo conferma a Jason e in effetti è proprio così….ecco perché ieri dicevo che avrei fatto meglio a fare una domanda in più a Clarkquando mi ha comunicato che sarei stato di guardia.

Sulla comunicazione devo essere io più scrupoloso, da adesso in poi per evitare ulteriori fraintendimenti non esiterò a chiedere conferma circa le attività più importanti.

Fumo la mia sigaretta a poppa contemplando un cielo stellato di tutto rispetto e poi finalmente mi butto a letto visto che da oggi la sveglia quotidiana sarà alle 5.30. Buonanotte a tutti, a domani

PS in foto Grunta che contempla il mare prima di andare in cabina, magic moments.

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