Il mondo non aspetta chi corre

Durante la notte Grant è entrato e uscito più volte dalla nostra cabina per poi tornare a dormire alle 4. I turni di Anchor Watch che hanno fatto sono diversi dai turni usuali, durano solo due ore nelle quali non c’è nulla da fare.

Apro la porta della cabina per andare a fare colazione e incrocio Liam che sta lavorando al computer. Compila documenti che sono già stati inviati via e-mail, da restituire all’autorità del canale per ottenere questo benedetto lasciapassare. A quanto pare, mentre dormivo, è stata fatta l’ispezione generale della barca. Alle 5.30 doveva salire a bordo il pilota che ci condurrà finalmente all’ingresso del canale ma alle 6.15 ancora non si vede nessuno.

Bevo il mio caffè, tiro fuori dal frigo l’impasto della pizza che ha maturato tutta la notte, qualche giro di pieghe poi faccio lo staglio e metto le due “pagnotte” su due placche diverse. Lieviteranno a dovere fino alle 17 quando le infornerò per cuocerle.

Al momento del passaggio tra le due boe di ingresso nel canale siamo tutti abbastanza eccitati, felici di percorrere questo sentiero del mare che ci porterà, nella serata di oggi ad affrontarne un altro che conosciamo tutti molto meglio di quello che abbiamo attraversato e che come sempre, almeno per gli europei dell’equipaggio, ci consentirà di respirare aria di casa, il Mediterraneo.

Alla nostra sinistra, proprio a fianco all’imbocco, un pontile galleggiante del cantiere navale che riporta una scritta mostruosamente impressionante: floating dock 55.000 tons, 55.000 tonnellate di acciaio che galleggiano.

Mi colpiscono diverse cose lungo il tratto che ci porta al bacino di mezzo dove si incrociano le navi in entrata e in uscita. La larghezza del canale in sé che è notevole e che mi restituisce la dimensione del lavoro che è stato fatto per realizzarlo, le terre di nessuno alla nostra destra, una sorta di zona cuscinetto tra Egitto e Israele principalmente ma che idealmente separano l’Africa dal Medio Oriente. Il colore dell’acqua, verde smeraldo, artificiale, che rende il passaggio più gradevole alla vista. La presenza di militari lungo la costa Egiziana, alla nostra sinistra, impegnati in esercitazioni e attività di routine. La quantità impressionante di navi che trasportano ogni tipo di merce e soprattutto alcune, come le Cargo, così cariche da mettere quasi in dubbio le leggi della fisica e della dinamica. Potrei restare ore ed ore solo a mettere sotto sforzo gli occhi per catturare frammenti di immagini che riescono a stimolare la mia immaginazione e la mia fantasia come spesso succede quando sono in mare.

Non ho solo trovato un lavoro che mi piace, ho trovato una dimensione e uno stile di vita di cui il mio corpo e la mia mente non possono più fare a meno.

È tutto bellissimo ma…..devo anche preparare da mangiare per tutti, pilota compreso, quindi giù di nuovo in cucina. Un po’ di frutta per tutti e due ciotole della consueta colazione di Jason che quest’oggi il pilota avrà modo di assaggiare come privilegio per essere al suo fianco.

Poi mi metto a fare un test, una torta di cui mi sono innamorato a prima vista appena l’ho letta su internet: la Caprese al cioccolato bianco e limone. Per niente facile da realizzare, sicuramente delicata ed impegnativa ma dopo una mezz’ora è in forno e adesso, alle 10.30, finché sto scrivendo questa parte di racconto, è sul banco della cucina a raffreddarsi prima che venga aggredita da Grant e dal sottoscritto che moriamo dalla voglia di assaggiarla.

Ogni volta che ho un momento libero riemergo sul deck, ogni tanto fumo una sigaretta ma vengo distratto in in paio di occasioni dal transito molto ravvicinato di alcune Cargo della Evergreen e della MSC, al loro cospetto siamo poco più che un giocattolino, un modellino da scaffale di casa e per una volta siamo noi a fare foto ad altre barche anziché il contrario.

Dovendo stare in cucina per la torta, ho approfittato per preparare anche le cosce di pollo e le verdure così mi ritrovo ad avere del tempo per rilassarmi e godermi anche il tepore fornito dal sole, che oggi contrariamente a ieri, è molto più caldo.

La prossima sosta, breve per fortuna, sarà a Ismailia, una città fondata durante i lavori di realizzazione dell’opera come base operativa e che è tuttora l’head quarter della società che gestisce il canale.

Ci arriviamo mentre sforno il pollo e servo il pranzo. Salgo sul ponte a dare un’occhiata proprio quando gli altoparlanti della moschea locale diffondono la voce dell’Imam che recita la preghiera di mezzogiorno.

Facciamo scendere il pilota che deve consegnare i nostri documenti agli ufficiali in turno e non appena risalirà a bordo ci immettiamo nuovamente nella direzione giusta, cioè nell’ultima parte del passaggio, la più stretta, alla fine della quale saluteremo l’Africa, il Mar Rosso e con loro tutte le esperienze fatte in queste due settimane di navigazione.

Alle 12.42 avvistiamo l’imbarcazione del pilota, che nel frattempo è anche cambiato e non appena sale a bordo ci rimettiamo in marcia. Viriamo leggermente a sinistra e stando seduto a poppa, butto lo sguardo sull’acqua che in questo punto è orribilmente più vicina al marrone che al verde. La sporcizia galleggia liberamente e non riesco a capacitarmi di come qualcuno abbia pensato di realizzare dei resort che si affacciano su questo porcile, ancora meno di come ci sia qualcuno disposto a pagare per andarci. L’unica spiegazione plausibile è che questa sia la sola zona balneare nel raggio di centinaia di Km ed essendo una città abbastanza popolosa, circa 250.000 persone, se gli abitanti del posto vogliono trovare un po’ di sollievo dal caldo del deserto, questa rappresenta l’unica alternativa.

Dopo esserci immessi nell’ultimo tratto veniamo accolti da una parete colorata con la scritta Welcome to Egypt che è posta in prossimità di un “bivio” tra la parte vecchia e nuova del canale.

Ho visto abbastanza per il momento e nonostante possa essere ancora interessante rimanere sul ponte, preferisco andare in cabina a sonnecchiare.

Esattamente un’ora e quindici minuti più tardi sono pronto per dedicarmi anima e corpo alla pizza.

L’impasto è lievitato alla perfezione, è morbido e pieno di bolle, segno che la maglia glutinica ha trattenuto l’ossigeno liberato dall’azione del lievito.

Semola sulla teglia, stendo e rimetto a lievitare ancora un’ora, il tempo necessario per preparare la mis en place di tutti gli ingredienti che userò per la farcitura.

Farò due teglie una delle quali sarà senza mozzarella per consentire a Clark di avere la sua porzione.

Il forno raggiunge velocemente i 300° e io sono pronto ad infornare. Durante i quindici minuti di cottura ho dovuto difendere le teglie col coltello, perché il profumo si è diffuso ovunque ed è salito anche su per la botola della crew mess dalla quale è sceso Grunta per dirmi che non vedeva l’ora di mangiarla.

Sforno entrambe le teglie, siamo pronti all’assalto.

Buona, buona, buona, non aggiungo altro anche perché da un lato non voglio autocelebrarmi e dall’altro non mangio una pizza da due mesi e la percepirei come buona anche se fosse cattiva

Salgo su per andare a poppa a guardare un po’ il mare, a prendere una boccata d’aria fresca e a vedere come siamo messi a onde e vento, anche se un’idea ce l’ho già visto che in cucina ho già iniziato a ballare.

Non passa molto prima che i taglieri si svuotino e dopo aver messo tutto in lavastoviglie posso finalmente fare una bella doccia calda. Cinque giorni, questo il tempo che mi/ci separa dalla meta, Marina di Stabia, dove ormeggeremo fino a giugno, quando avrà inizio la stagione.  È stata una giornata meravigliosamente appagante e sento di essere in pace con me stesso e col mondo. Oggi il racconto finisce qui, giusto in tempo per augurarvi, non la buona notte, ma una stupenda serata. A domani.

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