Il mondo non aspetta chi corre

Frammentato, il sonno di stanotte è stato così, interrotto diverse volte senza nessuna causa specifica se non il fatto che dovendo alzarmi ad un orario diverso dal solito avevo “paura” di non sentire la sveglia e di arrivare in ritardo al mio turno di guardia. L’ultima volta che ho aperto gli occhi erano le 4.40, poi li ho richiusi ma non sono riuscito a dormire profondamente e alle 5.25, poco prima che suonasse la sveglia, mi sono alzato per andare a fare colazione.

Appena entrato in cucina mi ha colto una mezza sincope…20 gradi, sembrava di essere in montagna. Avevo lasciato l’aria condizionata alla minima temperatura e con la ventola al massimo, perché era così che l’avevo impostata nel momento di massimo calore di ieri.

Sono consapevole che questa temperatura non durerà per molto perché non appena sorgerà il sole e la temperatura esterna aumenterà, salirà anche qui e quando inizierò a cucinare ritornerò alle temperature di ieri. Questo fino a quando Chris non interverrà sull’impianto A/C che a quante pare ha qualche problema dovuto a delle ostruzioni lungo tutto il circuito.

Dopo aver bevuto il mio caffè salgo su a dare il cambio a Grant (Grunta come lo chiama Jason amichevolmente, si pronuncia Granta).

Mi siedo a fianco a Liam e iniziamo a chiacchierare di un po’ di tutto. È un po’ annoiato da questo tipo di navigazione, vorrebbe andare a vela, avere sempre qualcosa da fare e invece andando a motore, l’unica attività su cui dobbiamo concentrarci è guardare il mare di fronte per evitare di finire sopra una fishing boe, una noia mortale. Non resta quindi che ascoltare della musica e conversare.

Stiamo navigando a poche miglia di distanza dalle coste dell’Oman, di cui non avevo quasi mai sentito il nome e di cui non so praticamente nulla, se non ciò che vedo con i miei occhi e cioè che è un paese desertico come il resto dei paesi di quest’area del mondo e che c’è qualche montagna qua e là.

Lui invece lo conosce molto bene perché c’ha vissuto da 6 ai 10 anni per via del fatto che il padre era un manager della Shell e si è portato dietro la famiglia ad ogni spostamento.

È stata una conversazione piacevole che mi ha consentito di conoscere alcuni aspetti della sua vita personale che mi dicono molto anche del suo carattere. È un ragazzo molto ben educato e sempre molto pacato e riflessivo. Mi dà l’impressione di essere anche una persona con una grande moralità ma non è nient’altro che una sensazione visto che non posso certo affermare di conoscerlo profondamente.

Butto l’occhio sul computer di bordo e noto che abbiamo “girato l’angolo”, siamo cioè usciti dal Golfo di Oman e stiamo puntando sud ovest per dirigerci all’altro angolo, superato il quale saremo all’ingresso del Mar Rosso.

Senza che me ne accorgessi è già passata un’ora e devo andare a fare il primo Engine room check. Prendo in mano il blocco con il prestampato di Chris e mi rendo conto che ho qualche dubbio su alcuni parametri da leggere e riportare. In particolare quelli che vanno “presi” fisicamente dentro la sala macchine perché tutti gli altri li leggo comodamente dal divanetto della Crew Mess guardando il monitor touch screen che è stato impostato sul software che gestisce tutti i componenti meccanici. Si tratta per lo più di rilevare le temperature di olio motore, i giri motore, il consumo orario di carburante, il carburante residuo e altri valori di questo tipo. In sala macchine invece la cosa che mi mette in dubbio è la rilevazione della temperatura di alcuni componenti meccanici, chiederò a Grant più tardi di farmi un ripasso veloce.

Torno su da Liam che sta parlando con l’agente della security in turno con noi. È uno dei 3 dello Sri Lanka, ha un aspetto un po’ goffo, la pancia piuttosto pronunciata e così come gli altri due, scuote la testa lateralmente ogni volta che deve annuire durante una conversazione. È un gesto tipico della loro cultura che, scusatemi, ma mi fa ridere un sacco e come anche Grant e Jason fanno fatica a non ridere sguaiatamente ogni volta che lo fanno, forse anche per il modo di parlare che in inglese sembra persino più buffo che italiano.

Come tutti gli Indiani e in generale tutte le popolazioni affini, sono educati e rispettosi in un modo che sembra perfino innaturale. Se gli passi una tazza vuota ti ringraziano due volte, mai una sola. Hanno un aspetto talmente mite e cordiale che faccio fatica ad immaginarli in azione per fronteggiare dei pirati e spero vivamente di non avere mai il riscontro a questa sensazione.

Ieri sera, dopo aver cenato, uno di loro, che si chiama Jagath, è venuto da me in cucina col piatto in mano e voleva lavarselo da solo. Gli ho indicato la lavastoviglie dicendogli che se lo avesse messo lì, l’avrei fatto partire più tardi insieme a tutto il resto delle stoviglie. Lui mi ha guardato con lo sguardo perso e ha riprovato a rimettere il piatto nel lavello. Ho insistito perché lo mettesse invece nel cestello della lavastoviglie e siccome ancora non mi capiva, gliel’ho aperta e ce l’ho messo io. Lui mi guarda e mi chiede che cos’è questa macchina? Cioè, non aveva mai visto una lavastoviglie in vita sua, mi spiego?! Ha un cellulare, ma non ha mai visto la lavastoviglie. Assurdo come il mondo sia spartito veramente in modo bizzarro.

Tra l’altro poco dopo è tornato in cucina, dove io e Grant stavamo parlando di musica, facendoci vedere il suo auricolare di cui aveva rotto il jack di connessione. Chiede a Grant se lo può riparare, il quale risponde ovviamente di sì. Gli dico subito che si tratta di un’impresa impossibile, sono prodotti fatti apposta per non essere riparabili. In quel momento passa Chris, che assiste alla scena senza dire nulla, torna indietro nella sua cabina e ritorna in cucina con un auricolare nuovo. Uno di quelli dei cinesi, generico, ma è nuovo e lo regala a Jagath che per poco non si mette a piangere di gioia. Sono pochi euro ma per lui significano poter sentire la voce di sua figlia e di sua moglie, perché l’altoparlante del suo telefono è rotto e l’unico modo che ha per fare una telefonata è appunto usando un auricolare.

Il mare è sempre piatto, anche se da stamattina abbiamo mezzo metro di onda e 13 nodi di vento quasi in faccia. Manteniamo 10 nodi di velocità che sono la velocità di crociera che vorremmo mantenere costante fino a destinazione.

Passa un’altra ora e quando scendo a fare il secondo engine room check il termometro della cucina segna 5 gradi in più. Mi siedo sul sedile di poppa e l’agente si siede accanto a me per parlare, per contrastare la noia che anche per lui è costante. Da poco è arrivato il collega che gli darà il cambio più tardi. Si mettono a parlare nella loro lingua, di cui ovviamente non comprendo nulla ma capisco dai gesti e della mimica facciale che l’ultimo arrivato sta offrendo all’altro un cambio guardia anticipato. Dopo due rifiuti si convince e noto che tra di loro sono molto solidali, affettuosi e premurosi. Si danno pacche sulle spalle in segno di riconoscenza, fanno dei mini-inchini per ringraziarsi e si salutano sempre con un sorriso. Osservarli mi affascina molto.

Sono le 8.30, scendo in cucina a prendere dell’acqua fresca e trovo Jason che come sempre è in anticipo sull’inizio della sua guardia. Sta facendo colazione in piedi, sul banco della cucina e mi saluta alla sua maniera chiamandomi, come faceva anche durante la traversata, Onrico.

Mi chiede di tagliare un po’ di frutta, di cui io, lui ed Liam siamo decisamente dei grandi mangiatori. Lui sale da Liam, io resto lì. Il termometro adesso segna 28 gradi, praticamente è come essere nel deserta del Mohave e il meglio deve ancora venire. Torno su con due ciotole di ananas, melone e kiwi. Dopo averle consegnate ad entrambi mi soffermo a guardare l’orizzonte dove la cappa di caldo ha creato una foschia simile alla nebbia. Persino la costa montuosa che prima vedevo nitidamente, ora è annebbiata e opaca. L’unica nota positiva è che si è alzato il vento di un paio di nodi e quindi si riesce a respirare meglio.

La cosa che sto constatando del navigare in questa zona è che le condizioni climatiche, seppur caratterizzate dallo stesso caldo torrido, cambiano molto in termini di umidità e vento.

Liam torna a dormire e io e Jason rimaniamo in silenzio per un po’, lui perché ha il suo da fare con le attività di navigazione e io perché mi dedico a scrivere qualche appunto che diventerà poi il racconto della giornata, fin quando Alexi apre la botola della Crew Mess ed esce sul ponte assieme agli altri due agenti. È venuto il momento del loro security drill, cioè il briefing sulle procedure che devono seguire in caso di necessità. Aprono la valigia nera più pesante, che come immaginavo contiene proprio i fucili e iniziano a seguire le indicazioni di Alexi.

I fucili sono scarichi e lo capisco dal fatto che non hanno il caricatore di proiettili inserito. Alexi mostra loro la posizione corretta da tenere in caso debbano sparare prendendo la mira. Dopo avergli insegnato come posizionare le gambe e come imbracciare il fucile correttamente, estrae un caricatore dalla tasca e lo innesta sul fucile. D’istinto scatto in piedi e guardo Jason (what the fuck) e lui ridendo mi dice che i caricatori sono vuoti. Ahahah, rido anch’io.

Mi sposto vicino a lui e continuiamo ad osservare il drill. Viene il turno dell’agente con la pancia e ho la conferma che è proprio goffo per natura, cosa che sottolineo con Jason dicendo che in caso di attacco l’unica certezza che abbiamo è di non poter fare affidamento su di lui. Jason concorda con me mimando la scena di uno che col fucila si spara da solo sul piede. Per una attimo ridiamo rumorosamente e loro, grazie al vento, non ci sentono.

Sono le 9.45 e prima di avviarmi in coperta per il terzo engine check, Jason mi chiede se è avanzato una fetta di tiramisù perché mi dice che è il migliore che abbia mangiato in vita sua (tiramisù normalissimo).

Dopo aver terminato il mio turno di guardia scendo in cucina con l’intento di farmi perdonare per il purè di ieri sera. C’è anche un altro pensiero che mi passa per la testa: trovare il modo di variare anche il menù di Ian. Dal momento che ho a bordo un vegano, peraltro il primo ufficiale, voglio trovare delle ricette che rendano anche i suoi pasti gustosi e diversificati come i nostri. Sono lo chef di tutti, non solo di alcuni e guardandola anche da un punto di vista più egoistico, se imparo qualcosa su questo tipo di dieta, sarà più facile gestire le richieste future in questa o in altre barche in cui avrò a bordo un vegano….anche perché capiterà di sicuro. Mentre faccio il pensiero ripenso alla metafora della tartina di merda che Bruno, a Sxm, mi ripeteva sempre. “La vita è come una tartina di merda, mi diceva, il segreto è lasciare la merda agli altri e mangiarsi la tartina da sola”. Più ci penso e più mi rendo conto di aver interiorizzato il concetto e aumentare la mia conoscenza della dieta vegana, grazie a Ian, rappresenta la mia tartina, la cui merda invece è costituita dalle lamentele, dal disappunto e dal fastidio che tutti gli chef hanno nei confronti di vegani e vegetariani.

Mentre sto tagliando le verdure arriva Grant, che si è appena svegliato e mi fa compagnia mentre sto tagliando le verdure. Mangia un po’ di frutta, beve il suo caffè e anche lui mi chiede se c’è ancora tiramisù. Yeah man!

Per pranzo mangeremo pollo, cosa che consentirà anche a due agenti della security di avere la propria razione di proteine perché essendo buddisti non mangiano manzo.

Per la prima volta, da quando sono a bordo, pranziamo tutti assieme in un clima familiare in cui Grant sguazza come un pesce nell’acqua facendo ridere tutti.

Io e Chris finiamo per primine usciamo a fumare. Ci sediamo sui sedili di poppa che su questa barca sono larghi e profondi consentendo una seduta davvero comoda. Mi parla del suo lavoro e della sua vita privata. Ha un contratto temporaneo, come me, e del fatto che sua moglie partorirà a settembre, quindi sta cercando un imbarco rotational (10 settimane on e 10 settimane off, il sogno di tutti gli yachties). Jason glielo ha già offerto e lui avrebbe anche accettato di corsa se non fosse che la potenza dei motori di questa barca è per lui un limite professionale. Gli ingegneri di macchina devono seguire costantemente corsi di aggiornamento sia obbligatori che volontari che servono a fare degli avanzamenti di carriera indispensabili. Per poter conseguire le certificazioni per le quali ha studiato duramente negli ultimi due anni ha bisogno di stare altri 22 giorni a bordo di una barca con una potenza di almeno 750 kW, questa ne ha 500. La soluzione sarebbe quella di scendere a Napoli, trovare un imbarco per 3 settimane, magari una delivery come quella che stiamo facendo, a bordo di una barca più grande con motori più potenti e poi ritornare su questa. In realtà ha anche già un’altra offerta dal comandante con cui ha lavorato per 5 anni prima di venire qui. I macchinisti sono decisamente le figure professionali più difficili da trovare e per questo più ricercate. Guadagnano un sacco di soldi e se li meritano tutti.

Continuiamo a parlare di questa barca e di questo equipaggio, siamo entrambi entusiasti perché ci troviamo proprio bene.

Per quanto mi riguarda per la prima volta da quando lavoro sugli yacht sento la voglia di rimanere a bordo. Finora non mi era mai successo, ho sempre sentito che l’incarico a termine era la dimensione giusta, stavolta no, con questo gruppo e su questa barca potrei fare almeno 6 mesi se non addirittura di più.

Rientro in cabina a riposare tornando fuori due ore dopo.

Devo accendere il forno per cucinare una torta e per le cosce di pollo che mangeremo stasera. Il pensiero non mi entusiasma per niente perché alzerò la temperatura della cucina di un altro paio di gradi. Mentre sono inginocchiato davanti al pannello arrivano Jason e Liam per andare incontro a Chris che sta uscendo dalla sala macchine, la cui porta stagna confina con il banco della cucina. Attendono che lui dia il responso che aspettano e che riguarda il sistema di raccolta e scarico delle acque nere, cioè dei cessi. Non so esattamente che cosa avesse ma per essere sistemato e ripristinato va spenta l’A/C. Quando glie lo sento dire mi viene istintivo esclamare: noooo. Jason ride e mi dice di non andare in panico perché non sarà una cosa lunga. È durato solo due ore durante le quali mi sono tolto la maglietta e ho cucinato a petto nudo grondando di sudore come se fossi stato dentro un bagno turco.

La cosa positiva è che con l’occasione Chris e Grant hanno messo mano anche al circuito dell’aria condizionata, intasato dalla polvere del cantiere e dopo averlo riacceso ha cominciato a funzionare davvero, non come prima. D’ora in poi la temperatura interna sarà costantemente sotto i 22 gradi. Ne è valsa decisamente la pena.

Ceniamo a scaglioni ascoltando la playlist di Grant che ha collegato il suo telefono al mio speaker Bluetooth. Musica anni 80, rock in prevalenza, poi doccia, goodnight kiss e branda.

Anche oggi arrivo a fine giornata abbastanza cotto, anche oggi vi auguro la buonanotte quando da voi è ancora presto per andare a dormire.

A domani.

Condividi articolo

Articoli correlati